il territorio


ORVIETO



Nel IX-VIII sec. a.C. la rupe di Orvieto venne abitata per la prima volta da popolazioni etrusche. Tale insediamento è stato identificato con il centro etrusco di Velzna (in latino Volsinii), una città fiorente a partire dagli inizi del VI sec. a.C. Il masso orvietano destinato al culto della principale divinità nazionale e forse dell' intero pantheon etrusco, era diviso in quartieri dalle due strade sacramentali: cardo e decumano.

Il decumano (Ovest-Est) avrebbe avuto sul suo tracciato ad Ovest Porta Maggiore ed il primitivo taglio del masso, la Cava, e ad Est Porta Soliana, ora nascosta sotto la Rocca presso la quale sorgeva un tempio, che fu detto Augurale dagli archeoÌogi. Sul cardo (Nord-Sud) erano Porta Vivaria a Nord e Porta S. Maria a Sud. I nomi sono relativamente moderni, ma l'esistenza delle porte è antichissima. Tra i templi esistenti e ritrovati il dibattito più "acceso" è quello circa l'identificazione e l'ubicazione del Fanum Voltumnae,
che la critica più recente riconduce oggi ad Orvieto e verosimilmente nella zona a occidente della rupe.
Cosa significò Velzna/ Volsinii nella nostra storia antica? Livio l'annoverò fra le più forti di Etruria; Plinio la chiamò opulentissima: Valerio Massimo doviziosa, ornata per costumi e legislazione, capo degli etruschi; Floro la più civile fra tutte le città della confederazione toscana. Volsinii guerreggiò contro Roma nell'anno 280 a.C.e fu costretta a cedere le armi al console Tito Coruncanio. Dilatandosi la potenza romana, Volsinii fece immani sforzi di resistenza; ma dopo la rivolta dei servi contro i nobili, i romani distrussero la città sotto il console Fulvio FIacco (III sec. a.C). "Ultima cadde fra tutti i popoli italici: saccheggiata, arsa e distrutta, delle sue statue, duemila furono recate via dai vincitori."

Con Volsinii perì la nazione etrusca, già padrona del mare e del cuore d'Italia. Alla distruzione della città seguì la deportazione degli abitanti, che in gran parte vennero trasferiti forzatamente sulle alture dominanti il lago di Bolsena, dando origine alla nuova Volsinii. A questa epoca sembra risalire anche il nome della città: infatti Velzna diventa Volsinii-veteres o anche Urbs Vetus (città vecchia) in contrapposizione con Volsinii-novi, l'odierna Bolsena.

Quando anche per l'impero romano arriverà una crisi irreversibile (III secolo d.C.) e Volsinii sarà nuovamente invasa e devastata (V-VI secolo d.C.), la città in rovina verrà a sua volta abbandonata dagli abitanti che ritornarono ad occupare la rupe orvietana. Successivamente divenne Longobarda. Nel 596 Orvieto fu infatti occupata dal longobardo Agilulfo ed ebbe un proprio vescovo e piu' tardi, nel 606, i propri conti. Nel XI secolo Orvieto si costitui in Comune. Poco prima dell’anno mille la città tornò a rifiorire espandendo la sua struttura urbanistica costruendo fortificazioni, torri, chiese e palazzi.

VOLSINII (ORVIETO) ANTICA CAPITALE DELLO STATO ETRUSCO

Plinio la chiamò opulentissima: Valerio Massimo doviziosa, ornata per costumi e legislazione, capo degli Etruschi; Floro la più civile fra tutte le città della confederazione toscana.

Gli Etruschi occupavano originariamente la regione compresa tra il Tevere e l’Arno, che da loro prese il nome di Toscana. Il periodo di massimo splendore giunse fino al 4° secolo a.C. In seguito, vennero assorbiti dai Romani, con Volsinii (Orvieto) ultima città a resistere.

Tra i popoli antichi dell’Italia preromana gli Etruschi sono quelli che hanno maggiormente attirato l’interesse dei moderni per l’altissimo livello artistico raggiunto e per la scarsa conoscenza della loro lingua, che non offre punti di contatto con nessun’altra conosciuta…

Già gli antichi non erano in grado di spiegare la presenza di questo potente e raffinato popolo nel frammentato e spesso rozzo panorama delle genti dell’Italia preromana. Lo storico Erodoto, che scriveva nel 5° secolo a.C., attribuiva l’origine dei Tirreni (così i Greci chiamavano gli Etruschi) a un mitico fondatore, Tirreno, che si sarebbe trasferito nell’Italia centrale dopo essere fuggito da una remota regione dell’Asia Minore. Al contrario, Dionigi di Alicarnasso, un altro autore greco che scriveva nel 1° secolo a.C., attribuiva agli Etruschi un’origine italica.

Lo storico latino Tito Livio, infine, contemporaneo di Dionigi, pensava di poter sostenere un’origine settentrionale degli Etruschi, che sarebbero giunti in Italia dall’Europa centrale. Oggi sappiamo assai di più sulle origini di quel popolo. La civiltà etrusca deriva direttamente da quella villanoviana che risulta diffusa durante l’Età del Ferro (9°-8° secolo a.C.) proprio nelle zone che vedranno fiorire la civiltà etrusca. I resti di questa civiltà, provenienti, come quelli etruschi, soprattutto da tombe e necropoli, testimoniano di forti influenze delle popolazioni nordiche, in particolare celtiche (Celti), che si riscontreranno anche nell’arte etrusca, soprattutto nei periodi più antichi.
Successivamente, a partire dall’8° secolo a.C., si comincia a constatare


un cambiamento nei manufatti provenienti da quelle regioni e si ha un graduale passaggio a quel tipo di arte, caratterizzata da fortissime ed evidenti influenze greche.

Gli Etruschi, quindi, possono definirsi come i successori dei Villanoviani, permeati dall’influenza dell’arte greca, giunta in Etruria dalla Magna Grecia. Pur essendo una cultura originaria dell’Italia, quindi, quella etrusca si presenta come una civiltà fortemente permeata da influenze orientali, e in particolare greche. La struttura sociale prevalente tra gli Etruschi era la città, che aveva caratteristiche sociali e architettoniche per molti aspetti simili a quelle delle città greche, in particolare la grande accuratezza con cui erano decorate le porte delle mura difensive, in grandi pietre squadrate.

Come le città greche della Magna Grecia, anche quelle etrusche erano tra loro collegate in leghe: di particolare importanza, perché tramandataci dalle fonti, quella che riuniva le dodici città di Velzna o Volsinii (ORVIETO), Vulci, Volterra, Veio, Vetulonia, Arezzo, Perugia, Cortona, Tarquinia, Cere, Chiusi, Roselle.

LA BELLEZZA

Kalón significa tutto ciò che piace, che suscita ammirazione, che attrae lo sguardo. La Bellezza quasi sempre è associata ad altre qualità.b Esiodo (Nozze di Cadmo e Armonia): “Chi è bello è caro, chi non è bello non è caro”. L’oracolo di Delfi, alla domanda sul criterio di valutazione della Bellezza, risponde: “Il più giusto è il più bello”.

Secondo la mitologia, Zeus avrebbe assegnato una misura appropriata e un giusto limite a ogni essere: il governo del mondo coincide così con un’armonia precisa e misurabile, espressa nei quattro motti scritti sulle mura del tempio di Delfi: “Il più giusto è il più bello”, “Osserva il limite”, “Odia la hybris (tracotanza)”, “Nulla in eccesso”.

Su queste regole si fonda il senso comune greco della Bellezza, in accordo con una visione del mondo che interpreta l’ordine e l’armonia come ciò che pone un limite allo “sbadigliante Caos”, dalla cui gola è scaturito, secondo Esiodo, il mondo.

LUCA SIGNORELLI (CORTONA 1445- IVI 1523)

Luca Signorelli fu tra gli artisti rinascimentali maggiormente impegnati nella rappresentazione di uno spazio scientificamente razionale. Si formò come confermano gli scarsi frammenti storici nel provinciale ambiente umbro e le sue opere risentono della spazialità prospettica di Piero Della Francesca di cui probabilmente fu allievo nei soggiorno a Perugia e Urbino.

Fondamentali per l'artista furono tuttavia gli stimoli della cultura artistica fiorentina periodo in cui le figure furono caricate di chiaroscuri ed effetti plastici raggiungendo l'equilibrio tra le masse ed il loro inserimento nello spazio: di questo periodo si ricordano "la Flagellazione" (Milano, Brera), e "la circoncisione" (Londra, National Gallery) .

Nel 1482 fu a Roma, attivo nella Cappella Sistina eseguendo il riquadro in cui Mosè consegna la verga a Giosuè e la Morte di Mosè. Negli anni successivi lo stile del Signorelli si precisa nelle sue originali caratteristiche, dallo schema compositivo all'uso del colore e della luce in funzione della definizione dei volumi nello spazio,
come appare, per es., nella pala per il duomo di Perugia (1484), il tondo della Madonna con Bambino e nudi nello sfondo (1490-95, Firenze, Uffizi) e l'Educazione di Pan (già a Berlino, distrutta nella seconda guerra mondiale).

La vena creativa del Signorelli trovò una felice espressione nella tecnica dell'affresco: un carattere prevalentemente narrativo hanno le Storie di S. Benedetto del chiostro grande dell'abbazia di Monteoliveto Maggiore (1497-98), mentre nell'ultima fase la sua arte subisce una forte accentuazione drammatica ed espressionistica, evidente nel celebre ciclo di affreschi con il Giudizio universale della cappella di S. Brizio nel duomo di Orvieto (1499-1503), dove sono dipinte, tra l'altro, Storie dell'Anticristo, Resurrezione della carne, Inferno, Paradiso e varie figurazioni tratte dalla Divina Commedia di Dante Alighieri. Numerosi disegni di figura del Signorelli, di grande qualità, sono conservati al Louvre e agli Uffizi di Firenze.

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